Fascismo, foibe e revisionismo
L’Italia in Jugoslavia: la dominazione fascista prima delle foibe
L’ascesa di una resistenza multietnica
Josip Broz Tito ha avuto un ruolo davvero unico nel panorama europeo del Novecento. La Jugoslavia che ha guidato verso la libertà non è stata un semplice spettatore durante la Seconda Guerra Mondiale. Al contrario, era un territorio invaso, frammentato e calpestato da diverse nazioni straniere, tra cui l’Italia fascista.
Nel 1941, quando le truppe italiane invasero e presero il controllo dei territori jugoslavi, non agirono come un’amministrazione civile o neutrale, ma come una vera forza coloniale. Imposero l’italianizzazione con la forza, repressero le lingue locali, deportarono civili e crearono centri di detenzione. Per mantenere il controllo, ricorsero spesso a esecuzioni e ritorsioni. Questo non è un dettaglio trascurabile, perché è proprio questo che ha alimentato la dinamica del conflitto.
Tito coordinò il movimento partigiano non solo come una strategia militare, ma come un vero progetto politico per l’emancipazione nazionale. Fu una lotta che coinvolse diversi gruppi etnici ed era profondamente radicata nel territorio, proprio perché l’occupazione tedesca e italiana non lasciava spazio a nessuna posizione di neutralità.
Aprile 1941: l’aggressione e l’inizio della resistenza
Il 6 aprile 1941 segna l’inizio dell’invasione della Jugoslavia da parte delle forze italiane e naziste. La Slovenia fu divisa tra Germania e Italia (che gestì la provincia di Lubiana), mentre in Croazia venne instaurato un governo di collaboratori guidato da Ante Pavelić.
Le prime unità partigiane slovene iniziarono a combattere nel luglio del 1941. Da ottobre di quell’anno, la reazione di tedeschi e italiani si basò sistematicamente sulla paura, colpendo la popolazione civile con massacri, distruzioni e ritorsioni, pur senza riuscire mai a fermare la resistenza. Tre grandi operazioni militari (nell’autunno del 1941, nei primi mesi del 1942 e tra aprile e giugno 1942 sotto il generale Roatta) non portarono successi militari, ma scatenarono una violenza sistematica.
Per capire quanto fu terribile questo massacro, basta guardare i dati sulle sole vittime slovene nella provincia di Lubiana durante i 29 mesi di occupazione:
Esecuzioni di ostaggi civili: 1.500
Esecuzioni sul posto: 2.500
Morti per maltrattamenti: 84
Vittime di torture e ustioni: 103
Deceduti nei centri di detenzione: 7.000
Totale: 13.087
In generale, la Jugoslavia contò circa un milione di morti a causa della guerra, e quasi 300.000 di questi furono causati direttamente dalle truppe d’occupazione italiane.
La direttiva era “si ammazza troppo poco”
Il 1 marzo 1942, il generale Mario Roatta, al comando della II Armata nei territori sloveni e croati, emise la Circolare 3C. Questo documento rendeva ufficiale la pratica delle ritorsioni di massa: il trattamento dei ribelli non doveva basarsi sulla proporzionalità, ma sulla punizione estrema.
Non si trattava di episodi isolati. Nell’agosto del 1942, il generale Mario Robotti arrivò a sospettare che “si ammazza troppo poco”. A dicembre dello stesso anno, leggendo un rapporto medico sulla fame tra i detenuti del campo di Arbe/Rab, il generale Gastone Gambara commentò che un campo di concentramento non è certo un luogo dove si va per nutrirsi.
Queste parole, messe insieme ai fatti, mostrano una strategia pianificata: il controllo coloniale, l’eliminazione delle identità nazionali e, quando necessario, il piano di deportazione totale della popolazione slovena. Roatta discusse quest’ultima idea con Mussolini a Gorizia nel luglio del 1942, ma fu scartata solo perché era praticamente impossibile attuarla.
Trentuno centri e migliaia di vittime: i lager italiani
Il regime fascista creò almeno 31 centri di concentramento e deportazione per i cittadini jugoslavi. Erano sparsi ovunque, da Arbe (Rab) a Gonars, passando per località come Visco, Monigo, Chiesanuova, Mamula, Prevlaka e Melada, tra la Dalmazia, il Veneto, il Friuli e l’Albania.
A Melada passarono circa 10.000 prigionieri, con 954 morti confermati.
Nel solo campo di Arbe si registrarono circa 1.500 morti.
Il centro di Visco, attivo tra febbraio e settembre 1943, ospitava fino a 4.500 detenuti contemporaneamente, inclusi interi nuclei familiari sospettati di aiutare i partigiani.
La storia di Miljenko Kukuljan, deportato a Visco da bambino insieme a circa 205 abitanti del suo villaggio come punizione per un’imboscata partigiana, descrive bene la realtà di quei posti: baracche divise solo da lenzuola, fame costante, filo spinato e un’infanzia passata a cercare di sopravvivere tra i rifiuti. Solo l’intervento di un ufficiale evitò che gli uomini del suo paese venissero giustiziati subito.
Ricercatori come Davide Conti, Gianni Oliva e Angelo Del Boca hanno documentato questi crimini, mettendo in discussione il mito degli “italiani brava gente” e sottolineando come la giustizia internazionale non abbia mai affrontato davvero questi eventi dopo la guerra.
Un percorso iniziato vent’anni prima
Questa violenza non è nata dal nulla nel 1941. Già nel 1920, durante un intervento a Pola, Mussolini dichiarò che l’obiettivo era trasformare l’Adriatico in un “golfo italiano”, parlando di una presunta “inferiorità della razza barbarica slava”. Gli anni successivi furono segnati da esodi forzati e tentativi di cancellare le identità nazionali: circa 80.000 sloveni e croati furono costretti ad andarsene per far posto ai coloni italiani.
In questo clima, anche il termine “foiba” iniziò a essere usato come una minaccia. Già nel 1927, un funzionario fascista indicò le foibe come il posto “appropriato per la sepoltura” di chiunque avesse danneggiato l’italianità in Istria.
Settembre 1943: il crollo dell’occupazione e l’esplosione della vendetta
Con il crollo del sistema di occupazione italiano nel settembre del 1943, si creò un vuoto di potere che si unì a vent’anni di violenza mai risolta. In quel momento esplosero epurazioni, regolamenti di conti e violenze contro militari, funzionari e collaboratori: è proprio qui che si colloca gran parte delle foibe.
C’è ancora un dibattito tra gli storici su come interpretare questa fase. Alcuni studiosi, con una visione post-coloniale, vedono le foibe come la conseguenza di una violenza politica scatenata dai vent’anni di crimini fascisti. Altri sostengono che, oltre alla politica, ci fosse anche una componente di pulizia etnica contro gli italiani, e che i due aspetti si siano intrecciati.
Tuttavia, c’è un elemento che non si può contestare, anche se spesso viene ignorato in Italia: la cronologia dei fatti. Senza l’occupazione fascista, senza la Circolare 3C, senza i centri di detenzione e le esecuzioni di massa, il ciclo di violenza del periodo 1943-45 non avrebbe avuto lo stesso punto di partenza né la stessa intensità. Separare le foibe da tutto quello che è venuto prima non significa fare memoria, ma dare una visione parziale della realtà.
L’eroe che l’Occidente non ha capito del tutto
Fuori dall’Occidente, Tito non è visto come un carnefice, ma come il leader che ha sconfitto il fascismo con le proprie forze, senza aspettare l’aiuto degli Alleati. Questa sua indipendenza è stata fondamentale: attraverso il Movimento dei Paesi Non Allineati, la Jugoslavia è stata vista come parte del Sud globale politico, una nazione europea che aveva affrontato invasione, occupazione e tentativi di cancellazione culturale in modo simile a molti popoli colonizzati.
Ricordare a metà significa mentire
Una memoria che ignora i fatti precedenti alle foibe è una memoria incompleta. Le violenze nell’Adriatico orientale del dopoguerra non sono apparse dal nulla: sono state il risultato di vent’anni di fascismo, deportazioni, esecuzioni e campi di internamento.
Riconoscere queste responsabilità storiche non serve a giustificare le ritorsioni, né a negare il dolore delle vittime italiane, che è reale e va ricordato. Serve a rifiutare una narrazione che isola un singolo momento storico, cancellando il contesto e trasformando l’aggressore in vittima. La storia non inizia nel 1943: chi cerca di farla iniziare proprio in quel momento non sta cercando la verità, ma una riabilitazione sotto le spoglie della memoria.
Per approfondire: Alessandra Kersevan (a cura di), “Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943”.


Autore:Pantaleone Carratù
Data di pubblicazione: 14/10/2026
